FOMO, paura, effetto gregge e comportamento dell’investitore
Comprare quando sale e vendere quando scende è uno dei comportamenti più frequenti tra gli investitori. Quando i prezzi aumentano, emerge la paura di restare fuori; quando iniziano a diminuire, prende il sopravvento il timore di perdere ancora di più. Ed è proprio allora che compaiono domande come: «E se stessi perdendo un’opportunità?» oppure «E se il prezzo continuasse a scendere?».
Il prezzo cambia, ma cambia anche la nostra percezione. Durante le fasi di rialzo, il rischio sembra quasi scomparire. Durante le correzioni, invece, sembra occupare tutto lo spazio. È in questi momenti che molte decisioni smettono di seguire una strategia e iniziano a rispondere a un’emozione.
Non è una questione di intelligenza o di esperienza. I bias cognitivi fanno parte del nostro modo di prendere decisioni e, in misura diversa, riguardano tutti gli investitori. Anche gli studi di finanza comportamentale pubblicati dalla CONSOB mostrano come i meccanismi cognitivi ed emotivi possano influenzare le scelte finanziarie, portandoci spesso a reagire in modo rapido e intuitivo anziché pienamente razionale.
- Quando il prezzo sale, cresce anche la nostra attenzione
- L’effetto gregge: quando le decisioni degli altri sostituiscono le nostre
- L’avversione alle perdite: perché un ribasso ci colpisce così tanto
- Non sempre vendiamo quando il prezzo scende: una contraddizione importante
- Casi reali: dall’entusiasmo al panico
- La bolla delle dot-com
- GameStop e le meme stock
- Lo abbiamo visto anche nel mercato dell’oro
- Comprare ai massimi e vendere ai minimi non è sempre il vero problema
- Come ridurre il peso delle emozioni
- Il ruolo di The Real Money
Quando il prezzo sale, cresce anche la nostra attenzione
Esistono migliaia di asset, società e prodotti sui quali potremmo informarci. Eppure, la nostra attenzione finisce spesso per concentrarsi su ciò che compare continuamente sui media, registra movimenti di prezzo rilevanti o genera un numero crescente di conversazioni.
Brad Barber e Terrance Odean hanno analizzato questo fenomeno, osservando che gli investitori retail tendono a diventare acquirenti netti degli asset che attirano maggiormente la loro attenzione: quelli presenti nelle notizie, caratterizzati da volumi di scambio anomali o da movimenti di prezzo particolarmente estremi. Per approfondire, consigliamo la lettura di All That Glitters, uno degli studi di riferimento sul rapporto tra attenzione mediatica e decisioni dell’investitore individuale. Il meccanismo è facile da riconoscere:
Un asset inizia a salire. ; I media cominciano a parlarne. ; Sempre più persone raccontano di aver guadagnato. ; Il rialzo attira nuovi compratori. ; E i nuovi acquisti contribuiscono a prolungare il movimento.
È il FOMO, la paura di restare fuori.
Anche la CONSOB richiama l’attenzione sui meccanismi di imitazione e sul comportamento gregario: il timore di restare indietro, il bisogno di sentirsi più sicuri e la fretta possono spingerci a seguire le decisioni degli altri, riducendo lo spazio dedicato all’analisi critica.
L’effetto gregge: quando le decisioni degli altri sostituiscono le nostre
Osservare ciò che fanno gli altri può fornire informazioni utili. Il problema nasce quando le loro decisioni finiscono per sostituire completamente la nostra analisi.
La teoria delle cascate informative spiega come una persona possa arrivare a imitare chi ha agito prima di lei, anche quando le informazioni di cui dispone suggeriscono una direzione diversa. Una volta iniziata la cascata, ogni nuova decisione sembra confermare quella precedente, anche se il comportamento collettivo si basa su informazioni molto limitate.
Nei mercati accade continuamente.
Se molte persone comprano, presumiamo che sappiano qualcosa.
Se molte persone vendono, pensiamo che forse dovremmo uscire prima che sia troppo tardi.
La CONSOB riconduce questo comportamento al meccanismo della prova sociale: la tendenza a imitare gli altri nella convinzione che stiano adottando la scelta corretta o che dispongano di maggiori conoscenze.
Ma il fatto che molte persone facciano la stessa cosa non rende necessariamente corretta quella decisione. La rende soltanto popolare.
L’avversione alle perdite: perché un ribasso ci colpisce così tanto
Daniel Kahneman e Amos Tversky hanno dimostrato che non valutiamo i guadagni e le perdite in modo simmetrico. La funzione psicologica del valore è più marcata nel campo delle perdite: perdere una determinata somma tende a colpirci più della soddisfazione che proviamo nel guadagnare lo stesso importo. Puoi approfondire questo fenomeno qui: Massachusetts Institute of Technology.
Questo spiega perché un rialzo prolungato può generare fiducia, mentre una breve correzione può portarci a mettere in discussione l’intera decisione.
Durante una fase di ribasso non pensiamo soltanto al prezzo. Pensiamo a ciò che potremmo perdere, a ciò che avremmo dovuto fare prima e a come evitare di sentirci ancora peggio.
Amos Tversky, a sinistra, e Daniel Kahneman, a destra. Fotografia di Barbara Tversky.
Vendere può allora diventare un modo per recuperare una sensazione di controllo. L’operazione allevia temporaneamente l’ansia, anche se non sempre risponde a un reale cambiamento delle ragioni per cui l’asset era stato acquistato.
Non sempre vendiamo quando il prezzo scende: una contraddizione importante
A questo punto è utile introdurre una precisazione.
Gli investitori non vendono sempre automaticamente le posizioni in perdita. Le ricerche sull’effetto disposizione mostrano infatti un altro comportamento frequente: vendere troppo presto gli asset che generano profitti e mantenere troppo a lungo quelli che accumulano perdite, per evitare di riconoscere che la decisione iniziale potrebbe essere stata sbagliata. Odean ha osservato questo modello analizzando migliaia di conti di investitori privati.
Possono quindi verificarsi due reazioni differenti:
Quando una singola posizione scende, alcune persone vi rimangono aggrappate nella speranza di recuperare il prezzo di acquisto.
Quando invece scende l’intero mercato e la paura diventa collettiva, altre capitolano e vendono per interrompere la sensazione di perdita.
Non esiste un unico «comportamento irrazionale dell’investitore». Esistono diversi bias che si attivano a seconda del contesto, dell’orizzonte temporale e dell’intensità emotiva del momento.
Casi reali: dall’entusiasmo al panico
La bolla delle dot-com
Nel 1999 il Nasdaq salì dell’86%. Internet avrebbe cambiato il mondo — e in effetti lo fece — ma le aspettative crebbero molto più rapidamente dei ricavi e degli utili di numerose aziende.
L’indice raggiunse il suo massimo nel marzo del 2000. Nell’ottobre del 2002 aveva perso circa il 77% rispetto a quel livello e impiegò quindici anni per registrare un nuovo massimo storico.
La tecnologia non era il problema. Il problema era essere disposti a pagarla a qualsiasi prezzo perché sembrava che tutti gli altri stessero facendo lo stesso.
GameStop e le meme stock
Nel gennaio 2021, il sentiment rialzista degli investitori retail invase i social network e diverse società registrarono movimenti estremi. Il successivo rapporto della SEC descrive come l’aumento del prezzo attirò ancora più attenzione, trasformando GameStop nell’esempio più noto delle cosiddette meme stock.
La conversazione smise di ruotare esclusivamente attorno al valore dell’azienda e iniziò a concentrarsi sulla comunità, sulla narrazione e sulla paura di restare fuori.
Non tutti i partecipanti agirono per gli stessi motivi, ma l’episodio dimostra fino a che punto l’attenzione collettiva possa accelerare sia gli acquisti sia la volatilità.
Comprare ai massimi e vendere ai minimi non è sempre il vero problema
Comprare durante una fase di rialzo non è necessariamente una decisione sbagliata. Un asset può continuare ad apprezzarsi anche dopo aver raggiunto nuovi massimi.
Vendere durante una fase di ribasso non è sempre un errore. Può essere una scelta ragionevole quando cambiano le circostanze personali, emerge un bisogno di liquidità o vengono meno le ragioni fondamentali che avevano giustificato l’acquisto.
Il problema nasce quando l’unico motivo per comprare è che il prezzo sta salendo e l’unico motivo per vendere è che sta scendendo.
In quel caso, la strategia finisce per dipendere dall’ultimo movimento del mercato.
Un modo semplice per rendersene conto è porsi una domanda:
È cambiato il mio obiettivo oppure è cambiata soltanto la mia emozione?
Come ridurre il peso delle emozioni
Non esiste una formula capace di eliminare la paura o l’entusiasmo. E non è nemmeno necessario farlo. Le emozioni possono fornire indicazioni utili sulla nostra reale tolleranza al rischio.
L’importante è evitare che siano loro a decidere da sole.
Prima di effettuare qualsiasi acquisto, è opportuno avere chiaro:
- quale funzione dovrebbe svolgere quell’asset all’interno del patrimonio;
- per quanto tempo si intende mantenerlo;
- quale livello di oscillazione si è disposti ad accettare;
- in quali circostanze avrebbe senso vendere;
- quale parte del patrimonio si vuole destinare a quell’asset.
Questa riflessione dovrebbe essere fatta prima che arrivi la volatilità, non nel pieno di una fase di mercato difficile.
La CONSOB sottolinea l’importanza di definire gli obiettivi, l’orizzonte temporale, il rendimento atteso e il livello di rischio che si è disposti a sostenere. Un orizzonte più lungo non elimina il rischio, ma può ridurre la possibilità di dover vendere in un momento sfavorevole per necessità di liquidità.
È inoltre importante ricordare che diversificare non significa accumulare prodotti senza criterio. Significa evitare che tutto il patrimonio dipenda dallo stesso strumento, dallo stesso settore, dallo stesso mercato o dallo stesso scenario economico. La diversificazione non elimina il rischio, ma può contribuire a contenerlo.
Il ruolo di The Real Money
In The Real Money non crediamo che il nostro lavoro consista nel promettere rialzi, prevedere il prossimo massimo o indicare quale sarà il momento migliore per acquistare. Non siamo indovini e nessuno può sapere con certezza che cosa farà il mercato domani.
Quello che conosciamo, invece, è il valore storico dell’oro fisico, il modo in cui si è comportato nel tempo e il ruolo che può svolgere all’interno di una visione patrimoniale diversificata e orientata al lungo periodo. Sappiamo inoltre che non basta acquistare oro: è fondamentale conoscerne la provenienza, disporre della relativa documentazione e garantirne la tracciabilità e la custodia.
Per questo, il nostro ruolo è facilitare l’accesso all’oro fisico certificato, spiegare con chiarezza ogni fase del processo e accompagnare ogni persona prima, durante e dopo l’acquisto.
Perché, sia nei momenti di euforia sia in quelli di incertezza, ciò che conta davvero è comprendere che cosa si sta acquistando e perché può avere senso all’interno di una strategia pensata per il futuro.





